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Un poema sacro nella lingua di una comunità
Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2020 @ 01:43 In Cultura,Letture | No Comments
«Espressione degli strati più umili della popolazione, la religione popolare, pur avendo caratteri propri, che la distinguono dalla religione colta, mantiene con questa rapporti di interdipendenza e contiguità. La prima riduce a dimensioni più domestiche e familiari il senso religioso, ma trae quasi sempre forme e contenuti dal patrimonio rituale e dottrinario della religione ufficiale» [1]. Così scriveva alcuni anni or sono Giuseppe Governali, studioso ed educatore di grande spessore culturale ed umano, docente e preside del Liceo “G. Colletto” di Corleone, scomparso qualche anno fa. A questa concezione si può fare riferimento leggendo il poema in versi Da li tenebri a la luci e da Eva a Maria con sottotitolo Poemettu sacru in XV canti chi cumpendianu li misterii di lu s. Rusariu di Biagio Palazzo da Corleone, stampato a Palermo nel 1916 presso la tipografia Giliberti in via Celso, tipografia chiusa dopo la seconda guerra mondiale [2]. L’opera è stata nel marzo 2020 pubblicata in ristampa anastatica dalla tipografia Cortimiglia a cura della casa editrice Palladium di Corleone, nella collana “Ragnatele culturali. I protagonisti della narrativa” diretta da Patrizia Virgadamo, con ampia e acuta prefazione di Giovanni Perrino.
Quest’ultimo fa conoscere al lettore le difficoltà incontrate nell’individuare l’autore del volume, dato che l’anagrafe della cittadina di Corleone registra più persone dello stesso nome e dello stesso cognome, che di lui non c’è cenno alcuno nelle opere storiografiche che ricostruiscono la vicenda storico-culturale di quel comune, e che allo stesso nome non viene associata nel tempo alcun’altra opera letteraria. A conclusione di un lungo percorso, pare che si possa attribuire l’opera a un Biagio Palazzo nato nel 1847.
La pubblicazione è frutto della meritoria scelta compiuta da un collettivo di studiosi che ha deciso di portare a conoscenza del più vasto pubblico l’opera in versi ritrovata nella biblioteca di Giuseppe Virgadamo, figura di studioso di grande caratura, definito «uomo di scuola, amante della lettura e appassionato bibliofilo».
Caratteristica fondamentale del poemetto, composto di 2.800 endecasillabi e 700 quartine è infatti la scrittura in quel dialetto dell’entroterra siciliano che viene ancora oggi parlato a Corleone e dintorni, con lessico e forme espressive diverse da quello che si parlava e si parla nel capoluogo dell’Isola, distante 60 chilometri. È molto probabile che gli ambienti ecclesiastici e intellettuali dell’epoca in cui il libro è uscito dessero scarsa importanza al poema in quanto il dialetto godeva allora di limitata considerazione quando non di vero e proprio disprezzo, mentre in epoca recente, anche grazie alla grande lezione di Ignazio Buttitta, di altri poeti e di linguisti, è venuta meno la discriminazione verso le parlate dialettali, ormai valorizzate in quanto “lingue materne”, spontanea maniera di esprimersi dei ceti popolari, meritevoli di studio e di attenzione come la lingua nazionale. L’autore non ignora che la maggioranza dei suoi lettori faceva sicuramente uso del siciliano nella comunicazione quotidiana: adottandone il “volgare eloquio” vuole probabilmente che la storia narrata venisse da loro sentita come qualcosa che li riguarda da vicino e non una serie di eventi lontani nel tempo e nello spazio. «Biagio Palazzo intuisce – annota ancora Perrino –, come poi avrebbe scritto Pasolini, che, prima ancora che lingua di comunicazione, il dialetto è un mezzo di costruzione della coscienza identitaria, ciò che consente il contatto con il reale in modo binario, sia attraverso la ragione sia attraverso l’istintualità della lingua materna. Il dialetto è un tramite essenziale col mondo, il solo che consente la nominazione degli oggetti e la percezione di questi in quanto reali».
Contraddicendo questa preferenza per la scrittura in siciliano, la sintetica dedica dell’autore è titolata “Lettore mio” [5] ed è scritta in italiano. In essa Palazzo esprime senza incertezze la sua poetica e spiega apertis verbis il suo obiettivo fondamentale. Scrive infatti: «il genio mi spinse ad alta musa e mi spinse tanto in alto senza che io me ne accorgessi. Ardito fu il passo, lo confesso, ma chi può opporsi mai all’impulso del cuore?». Questa energia endogena lo ha quindi spinto quasi a sua insaputa verso mete altissime e inattese, portandolo dove non si aspettava di arrivare. Sembra di leggere «I’ mi son un che quando amor mi spira noto…» [6] che Dante rivolge a Bonagiunta Orbicciani per definire la sua nuova maniera di fare poesia. Il nostro autore dichiara apertamente qual è lo scopo della sua fatica: «cantare le meraviglie dell’Onnipotente al fine che gli altri facciano coro, siimi indulgente e seguimi perché soltanto questo è l’intento mio: magnificare Iddio». Dunque la ricerca stilistica, la cura per scrivere versi seguendo le regole in modo ineccepibile, l’invenzione di rime e assonanze, l’unione tra cuore e ragione nell’impegno letterario non comune, tutto è finalizzato a questo “magnificat”.
L’autore, rifacendosi al racconto biblico, ripercorre le tappe principali della Genesi, della storia del popolo eletto dall’età Abramo (che riceve l’ordine di uccidere il figlio Isacco) alla cattività in terra egiziana, alla fuga dall’Egitto e all’arrivo nella terra promessa:
Si faccia attenzione alle due espressioni contenute in questa quartina a rima alternata, a stretto giro di versi: prima, il modo di dire “perdiri lu chiummu e lu cumpassu”, perdere il filo a piombo e il compasso, metafora di grande effetto che fa riferimento esplicito agli strumenti di lavoro di un capomastro o un geometra, usata per indicare la gravissima perdita di elementi decisivi nella vita economica e sociale dell’Antico Egitto con la partenza del popolo ebraico. La seconda, quella che si riferisce a “stuiarisi lu mussu”, pulirsi il muso, utilizzata nel linguaggio popolare per indicare la rinuncia definitiva e irreversibile a qualcosa di cui si stava usufruendo o godendo. Inoltre il titolo onorifico Faraone, come avviene nei racconti dei ceti popolari, viene trasformato in nome proprio.
Palazzo passa poi dal Vecchio al Nuovo Testamento, scandendo la biografia di Cristo e tenendo costantemente presenti le vicende contrassegnate dalla definizione di Misteri dolorosi, gaudiosi, gloriosi contenuti nella recitazione del Rosario, formula devozionale quanto mai presente nelle tradizioni religiose popolari. Per fare un esempio:
In cui è facile notare il ricorso a un topos comune della cultura popolare, ovvero la stigmatizzazione della nudità come vergogna e alla sottolineatura del comportamento paradossale di Cristo che, anziché lamentarsi piangere e chiedere la fine delle torture, non proferisce parola ma “si suca”. «Sucarisi – definisce Antonino Traina nel suo vocabolario licenziato nel 1868 – quel tirare che si fa col fiato a sé, ristringendosi in se stesso, quando o per colpo o per altro si sente grave dolore, traducibile in succiare». La quartina richiama, oltre al dettato evangelico [7], un passo del più recente Il Vangelo secondo Pilato di Schmitt [8] che narra dal punto di vista del governatore romano quanto avvenne in Palestina tra l’arresto e la crocifissione di Gesù. In questo volume dalla forma epistolare, Pilato così commenta l’atteggiamento di Cristo: «Mai quel mago aveva fatto uno di quei gesti capaci di stimolare la clemenza: non davanti ai sacerdoti, non davanti a me e neppure al cospetto della folla. La sua rigidità, il suo rifiuto del patetico, le sue risposte nette l’avevano sospinto irrevocabilmente verso il trapasso».
Non si tratta quindi, come si vede da questi esempi, di una semplice traduzione in siciliano dei passi più famosi del Vecchio e del Nuovo Testamento, ma della abile rielaborazione poetica di una vicenda che si segue senza perdere una tappa, facendo partecipare il lettore e richiamandosi alla sua esperienza umana, religiosa e linguistica. L’autore afferma spesso “comu tutti già sapiti”, “comu si leggi ntra li sagri carti”: egli è pienamente cosciente del fatto che gli episodi narrati sono stati già visitati mille volte nelle omelie, nel catechismo e nelle sacre rappresentazioni dei Mortori della Settimana santa, come il popolarissimo Riscatto di Adamo in versi di Filippo Orioles [9], ma vuol far toccare con mano la sua abilità – che non diventa mai virtuosismo fine a se stesso – nel tradurre queste vicende in fatti ed espressioni radicati nel sentire popolare.
Concludiamo attribuendo al “poemettu sacru” di Biagio Palazzo una seconda citazione di Giuseppe Governali: «La presente raccolta ha il merito di fare memoria e di salvare un patrimonio di cultura destinato altrimenti all’oblio. Raccogliere e conservare quanto del passato rimane e lambisce ancora con qualche segno il presente significa, infatti, non tanto custodire la memoria di un caro estinto (cosa in sé meritoria), quanto riprendere un colloquio bruscamente interrotto, nel tentativo di riappropriarsi di passate, sopite speranze ed evitare che il passato sopravviva come distruzione del passato» [10].
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