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Gesù di Nazareth: cosa resta dopo la critica biblica?
Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2024 @ 01:29 In Cultura,Religioni | No Comments
Negli ambienti cristiani, soprattutto cattolici, lo studio scientifico dei testi biblici è stato ostacolato in tutti i modi. E a ragione. Se si ritorna alle fonti con gli attrezzi della critica moderna (come l’umanesimo rinascimentale aveva provato con intellettuali del calibro di Lorenzo Valla, Tommaso Moro ed Erasmo da Rotterdam) tutto l’impianto dogmatico e sacramentale delle Chiese così come si sono configurate – almeno dal IV secolo in poi – crolla. Bisogna scegliere: o ci si aggrappa al cristianesimo della catechesi tradizionale perché suona confortevole, rinunziando a indagarne le radici storiche, o si è disposti a ricominciare dall’inizio con l’entusiasmo e la totale incertezza di chi sa che sta aprendo cammini inediti.
I fedeli del primo orientamento proveranno solo fastidio a leggere Il volume Gesù, questo sconosciuto. Cosa sapere prima di credergli o di rifiutarlo (Edizioni Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2024), scritto dal magistrato di Cassazione, ora in quiescenza, Dario Culot. Per chi è già incamminato nella direzione alternativa di una rifondazione del cristianesimo a partire dal Gesù del Secondo Testamento, invece, vi troverà preziose indicazioni sia dal punto di vista destruens che, soprattutto, dal punto di vista construens.
L’ottica della de-costruzione
Sin dalla Presentazione l’autore chiarisce, con il tono colloquiale ma non banale che caratterizza queste pagine, il primo dei suoi due obiettivi:
Ogni esplorazione dell’identità dell’uomo Gesù dovrebbe partire dai “pochi dati di fatto assodati” che si riscontrano nei vangeli (canonici ed extra-canonici) pervenutici:
Paolo sostiene che l’uomo Gesù è costituito “messia” (o nella traduzione greca “signore”) dopo la morte; Marco e Giovanni anticipano questa consacrazione al momento del battesimo sul Giordano per mano di Giovanni Battista; Matteo e Luca addirittura prima della sua nascita. È ragionevole supporre che in queste differenti modalità si sia espressa la convinzione della Chiesa primitiva sul fatto che «un uomo di nome Gesù ha raggiunto la pienezza della condizione umana e per questo è entrato nella sfera della condizione divina».
L’ottica della ri-costruzione
Ma se il Gesù della cristologia pre-nicena (= anteriore al Concilio di Nicea del 325 d.C.) non è Dio in senso ontologico, che ha da dirci ancora oggi? Passiamo così all’obiettivo construens propostosi dall’autore con questo intrigante volume.
a) La religione – la sua religione di appartenenza anagrafica e, per analogia, ogni religione in quanto tale – va sostituita con una proposta alternativa:
b) È nota l’obiezione a questa prima notazione cristologica: così non si “riduce” il vangelo a mera filantropia? Si potrebbe rispondere che se una proposta di vita non è “almeno” filantropica non è degna di essere accolta ragionevolmente. Il cristianesimo dogmatico-istituzionale non è stato certamente contrassegnato da univoco filantropismo e sino ai nostri tempi assistiamo a conflitti di matrice teologica (o almeno sbandierati come tali) fra confessioni cristiane diverse (ad esempio cattolici e protestanti in Irlanda) o addirittura all’interno della stessa confessione (ad esempio fra ortodossi russi e ortodossi ucraini).
Ma anche nell’ottica delle fede tradizionale, a partire dal Secondo Testamento, l’amore “orizzontale” verso il prossimo è stato considerato segno autenticatore dell’amore “verticale” verso l’Invisibile: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Giov. 13, 34-35).
Culot, però, sulla scia di alcuni predecessori, va oltre. L’amore per l’umanità non è solo il presupposto minimo di qualsiasi eventuale proposta teologica né soltanto il banco di prova dell’autenticità di ogni eventuale unione mistica con il Divino: egli sostiene che è proprio in quanto essere-per-l’altro che Gesù rivela il massimo del pochissimo che possiamo conoscere di Dio. Insisto un po’ su questo passaggio che mi risulta particolarmente originale.
c) La “regola d’oro” di tantissime etiche è di fare agli altri ciò che si vorrebbe da loro, dunque del bene in tutte le modalità necessarie e opportune. Ma secondo i vangeli la prassi amorevole di Cristo possiede un significato originale, peculiare: essa allude, esprime, rende percepibile qualcosa dell’atteggiamento di Dio stesso verso l’umanità. Essa veicola il messaggio che «non è vero che Dio discrimina le persone e allontana da sé gli impuri e i peccatori, ma l’amore di Dio è rivolto a tutti».
d) Troppo poco questo sull’identità divina? Indubbiamente meno di quanto la Chiesa abbia avuto la pretesa di raccontare:
e) Questo “poco” assomiglia a quel che un animale domestico di compagnia, o anche un neonato, sa (o meglio sente) di un adulto umano che lo abbia preso in carico: di essere in buone mani.
Poiché il discorso di Culot è indubbiamente di grande rigore logico e di altrettanto grande onestà intellettuale invita il lettore a reagire con proporzionale senso critico e a formulare delle domande. Molte obiezioni, perplessità, vere e proprie aggressioni egli le ha effettivamente registrate negli incontri pubblici e nella corrispondenza privata durante gli anni precedenti alla pubblicazione di questo testo. Alcune di queste osservazioni critiche sono state raccolte nella Parte II del volume: ad esempio, dal momento che «la formula Gesù è vero Dio e vero uomo è dogmatica, e non è lecito mettere in discussione un dogma», «come fa a mettere in dubbio un dogma?”; oppure: «Lei dice che Dio si manifesta in Gesù, senza che Gesù sia Dio, e che Gesù non ha mai detto di essere Dio. Ma come è venuta allora fuori, fra i cristiani, l’idea della divinità di Gesù che Lei nega?».
Le domande riportate nel libro, a cui l’autore risponde con molte pagine in maniera sempre pacatamente argomentativa, provengono tutte da un pubblico di cattolici credenti e praticanti. Evidentemente ne sono possibili altre da versanti ‘esterni’ all’ambito cattolico [1] e, in particolare, mi pare se ne imponga una centrale. Per Culot del Mistero che chiamiamo Dio non sappiamo nulla, tranne quel pochissimo/moltissimo che ce ne ha raccontato Gesù di Nazareth: che non è un Principio antropomorficamente raffigurabile come sovrano giusto e implacabile, ma una Fonte inesauribile di tenerezza, cura, misericordia. Questa “buona notizia” (evangelo) è frutto non di un’autorivelazione di Dio (come si affermava quando si vedeva in Cristo l’incarnazione della Parola stessa divina) bensì dell’intuizione teologica di un rabbi palestinese (dalla vita interiore intensa e certamente informato del filone profetico biblico): dunque, la si può accogliere o meno, ma non senza sottoporla al setaccio della ragionevolezza. Il che, nel XXI secolo, significa chiedersi se si possa credere in un Dio amorevole nonostante l’oceano di sofferenze in cui siamo immersi. Non si tratta solo, o principalmente, dei mali evitabili che l’umanità è così brava nell’infliggersi o nel non saper evitare, ma di quelle sofferenze inevitabili a cui tutti i viventi senzienti siamo esposti nel nostro pianeta (non sappiamo altrove) dalle tremende leggi dell’evoluzione.
Per quanta ammirazione, simpatia, devozione si possa provare per il Maestro, come fare a condividere la sua fede in un Padre attento e benevolo che si occuperebbe di ciascun essere umano, anzi di ciascun uccello del cielo e di ciascun giglio dei campi? Tante volte ho ascoltato la risposta a questi dubbi laceranti (e talora geni sommi come Dostoevskij l’hanno saputa formulare in parole di fuoco): se Gesù si sbaglia, se l’Assoluto non è come lo presenta egli, l’alternativa logica è il nichilismo. Se a Fondamento dell’universo non c’è nessun principio Intelligente né ancor meno Amorevole, che senso ha per ciascuno di noi (ma prima ancora per la grande famiglia dei viventi senzienti di cui siamo parte) venire alla luce e, tra difficoltà e travagli d’ogni genere, trascinare un’esistenza precaria che troppo presto s’interrompe con la morte? Che valore hanno i nostri pensieri, le nostre scelte, i nostri slanci di eroismi, le nostre colpe imperdonabili… se siamo dentro un flusso senza Alfa e senza Omega? È certo che un tempo non esisteva l’homo sapiens, anzi neppure la vita biologica, anzi neppure il pianeta Terra; ed è altrettanto certo che tra un certo tempo non esisterà più né l’umanità né altri viventi né la stessa Terra. Tra l’inizio e la fine la somma delle sofferenze più strazianti sarà compensata dalla somma delle ore gioiose, o per lo meno serene, vissute da noi animali senzienti?
Se l’opzione è tra la “buona notizia” di Gesù e la “cattiva notizia” di Morin («Tutti i viventi sono gettati nella vita senza averlo chiesto, sono promessi alla morte senza averlo desiderato. Vivono tra nulla e nulla, il nulla prima, il nulla dopo, circondati dal nulla durante» [2]), come negare che la seconda ha dalla sua la conferma dell’esperienza (per lo meno scientifica e collettiva se non individuale)? Si può accogliere il vangelo solo per evitare la disperazione, il senso di angoscia e di frustrazione all’idea sartriana che «ogni esistenza nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione» [3]?
Per me filosofo sarebbe il rinnegamento radicale della tensione verso la verità. Perciò sono convinto che – dal punto di vista teoretico, cognitivo – l’annunzio cristiano sia irricevibile: non si può accettare una teoria dell’universo solo perché non si avrebbe la forza di vivere secondo quanto l’intelligenza – debitamente coltivata – ci attesta. L’uomo adulto del XXI secolo potrà far sua l’intuizione stupenda e incoraggiante di Gesù solo quando essa sarà integrata e supportata da un contesto dimostrativo (o per lo meno di un apparato di contro-obiezioni) che, sinora, a mia conoscenza, nessuno ha saputo offrire. Gesù per primo non ha dato, non ha voluto dare e probabilmente (estraneo com’era alla mentalità speculativa greca) non avrebbe potuto dare nessuna argomentazione razionale/ragionevole su come conciliare l’idea di un Dio Amorevole con i disastri dolorosi che si registrano nel piccolo, nel medio e nel grande ogni volta che apriamo gli occhi sull’universo. Intesa come via verso la Verità, la fiducia esistenziale nel vangelo non solo non esclude ma – in linea di diritto – esige un lavoro intellettuale immenso e incessante (a tutt’oggi lontano dall’essere compiuto) affinché la si possa esercitare al di là della logica, non contro la logica [4]. A mio avviso, il vangelo non va ellenizzato, metafisicizzato; ma accoglierlo e provare a viverlo rientra nella sfera esistenziale, fuori della quale permangono domande ontologiche e cosmologiche cui solo la filosofia, in stretto dialogo con le scienze, può tentare di offrire risposte (ovviamente parziali e provvisorie).
Una possibile prospettiva interpretativa
Ma allora il cristianesimo è, ab ovo, tutto un inganno (o comunque una proposta che può risultare tanto veridica quanto ingannevole)? Nelle pagine del suo volume Culot non affronta, esplicitamente e frontalmente, questo dubbio cruciale. Però, se non erro, apparecchia tutti gli elementi per inquadrarlo da una prospettiva diversa, molto più fedele all’ottica dei primi cristiani. Infatti, finché restiamo nella mentalità critica dei figli di Atene, il nodo (almeno sino ad oggi) appare insolubile. Ma pur avendo il diritto – anzi, prima ancora il dovere – di rispettare le esigenze della ragione, possiamo anche ammettere che nelle varie culture dell’umanità sono possibili altri orizzonti, altri paradigmi. Nella mentalità ebraica di Gesù e dei discepoli, ad esempio, la preoccupazione prevalente non è di ordine intellettuale, bensì operativo. Per i figli di Gerusalemme non si tratta di convincere (se stessi e gli altri) della tesi filosofico-teologica che all’origine del tutto vi sia un Principio vitale generoso, bensì di ‘vivere’ secondo questa convinzione: di testimoniarla, di metterla a frutto nella concretezza della visibilità storica. Infatti,
Il Secondo Testamento vacilla quando, condizionato dalle influenze greche, vuole spiegare l’inspiegabile: come sia possibile che un Dio infinitamente buono abbia potuto creare un universo dove non c’è divenire senza scarti, non c’è evoluzione senza vittime, non c’è progresso senza tragedie. Molto più convincente quando testimonia, con gesti, azioni, opere che Dio è dalla stessa parte degli esseri umani nella lotta contro il male in tutte le sue molteplici forme, senza sbilanciarsi nel (vano) tentativo di spiegare l’origine e il senso di questa lotta millenaria. Se Dio è il Creatore dell’universo, se «esso è suo possesso assoluto ed egli ne è il Signore assoluto», ci è debitore di molte risposte sulla inesauribile miniera di dolore da cui l’universo sembra attingere il combustibile per vivere e progredire. Con Gesù queste risposte non arrivano, ma «questo concetto di Dio cambia, perché egli ci presenta Dio in modo completamente nuovo: Dio non è più il padrone assoluto, ma è il servitore, o meglio il diacono della vita: “Io sono venuto per servire e non per essere servito” (Mc 10,45)». Gesù si fa – o per lo meno viene interpretato dai primi discepoli – come icona, plastica e vivente, del Mistero invisibile,
Se essere cristiano oggi non significa appartenere necessariamente a una determinata Chiesa (in senso istituzionale) né condividere un’idea chiara e distinta del Mistero divino né avere ragioni a supporto della fede nella Bontà divina (poiché, se tali ragioni ci sono, è in quanto pensatore che può trovarle, non in quanto credente), cosa resta di specifico? In un certo senso, nulla. Il cristiano non è un tipo particolare di essere umano: è uno di quei “laici” (= membro del popolo, della grande famiglia terrestre) che vogliono capire se la vita ha un senso e, sul versante etico, liberarsi e liberare i simili da ogni dis-umanità.
In un altro senso, il cristiano è caratterizzato in maniera peculiare, se non addirittura esclusiva. Egli si auto-interpreta come uno che, sulle orme di Gesù, nel perseguire la pienezza umana, in sé e negli altri, ritiene di rendere visibile e tangibile nella storia l’Amore originario che chiamiamo anche “Dio”. Egli dà un’interpretazione specifica e speciale alla sua prassi (che, in quanto prassi agapica, è potenzialmente condivisibile da ogni altro essere umano), ma sapendo che a costituire il fattore basilare e prevalente sia la prassi, non certo l’interpretazione che di essa ne dà:
Una strada che può portarci molto più in là dell’essere “servi fedeli” di Dio, ma “amici”, anzi “figli” del Padre (Gv 15,15):
Più di una volta ho ascoltato da parte di cattolici istruiti (per la verità più nelle discipline professionali che in teologia) che questo identikit del cristiano sarebbe d’impronta irrazionalistica e basato su una visione riduttiva e fuorviante del Gesù storico. In effetti egli era anche un rabbi, un conoscitore delle Scritture e un predicatore efficace né abbiamo prova alcuna di una sua postura anti-intellettuale. Chi si appella ai vangeli per attaccare il dono e la responsabilità della ricerca teoretica, del pensiero metodico, o è poco informato o è in cattiva fede. Solo che – in sintonia con la mentalità ebraica – egli ha giocato un altro gioco e ha scelto di essere (o per lo meno così è stato recepito) uno che parla facendo, che annunzia attraverso gesti concreti, che predilige la testimonianza rispetto all’insegnamento. È per questo che un fisico nucleare o un compositore musicale, un filosofo o un politologo possono benissimo essere bravi cristiani, ma non grazie alla musica che producono o alle scoperte che realizzano: la loro “fede” sarà valutabile sul metro dell’agape, della donazione costante, della generosità nell’impegno per il bene comune. Dunque non necessariamente sarà nota ai contemporanei, prossimi o lontani. Don Cosimo Scordato, un amico che ha insegnato per decenni teologia sistematica, adesso che come noi coetanei sta tirando un po’ le somme di una lunga e appassionata ricerca, è pervenuto alla conclusione che, dal punto di vista biblico, sarebbe preferibile sostituire alla dicotomia credente/non credente il binomio amante/non amante.
In ogni caso la sequela cordiale e pro-attiva non può identificarsi, come per secoli ha insegnato la Chiesa cattolica, con una separazione fisica dal contesto sociale (per esempio scegliendo l’eremitaggio o entrando in un ordine cenobitico) [5]:
Un’ultima annotazione mi pare opportuno aggiungere per restituire l’affresco di Culot in misura meno incompleta. Per chi si ritiene cristiano, il rapporto con il Divino passa, anche e soprattutto, attraverso la partecipazione alla prassi di Gesù e dei suoi più fedeli seguaci nei secoli: ma questa fede attiva, operativa, non ha nessuna pretesa di esclusività [6], dal momento che ogni essere umano può trovare i suoi canali per unirsi all’Assoluto (o per prendere consapevolezza del suo esser-già-da-sempre in rapporto con l’Assoluto). Questa apertura mentale, opposta a ogni tendenza fondamentalista, il cristiano la adotta non per cedimento alle mode relativistiche che tanto preoccupavano papa Benedetto XVI (come se fosse «irragionevole affermare che tutto nella storia è relativo, tranne Dio»,), quanto per fedeltà al magistero gesuano che, stando ai testi evangelici,
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