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In dialogo con Spinoza, filosofo post-teista
Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2023 @ 01:11 In Letture,Religioni | No Comments
Nel linguaggio comune si identifica il filosofo con lo storico della filosofia. In alcune personalità, effettivamente, la passione per la ricerca teoretica si coniuga splendidamente con la competenza esegetica, ma si tratta di preziose rarità. Più comunemente si può essere ottimi conoscitori dei “classici” della storia della filosofia (e bravi docenti) senza avvertire nessuna inquietudine intellettuale così come autentici filosofi senza un’adeguata padronanza dei testi (e impegnati professionalmente in altri ambiti disciplinari): come avvertiva Nietzsche, la ricerca della verità non è questione d’intelligenza o d’istruzione, ma di coraggio.
Alla seconda di queste due categorie (entrambe essenziali, per carità!) appartiene un giovane, empatico, prete che presta la sua attività pastorale nella città di Bolzano. Non è – non ha scelto mai di diventare – un esperto lettore di opere filosofiche. Ma è animato da autentico eros filosofico e ciò lo induce a viaggiare, fisicamente e mentalmente; a dialogare senza pregiudizi; a mettere in discussione certezze (vere o presunte) della cultura di appartenenza. Frutto di un incontro a suo parere illuminante è il recente volume Conversando con Baruch. Spinoza, un filosofo “oltre le religioni” (Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano 2022) che, secondo l’autore stesso,
La sua postura intellettuale ed esistenziale è, dunque, ben differente rispetto a quei professori di filosofia, anche illustri, che rimangono abbarbicati al Platone o al Tommaso d’Aquino, al Vico o al Marx (e, ovviamente, allo stesso Spinoza) degli anni giovanili, preferendo la tranquilla certezza di essere dalla parte giusta alla sconcertante scoperta di essersi sbagliati per decenni.
Grazie alla sua insolita onestà intellettuale, il giovane teologo cattolico del XXI secolo – in un’immaginaria conversazione per le vie di Amsterdam – accetta con libertà d’animo che il pensatore ebreo del XVII gli insegni molte cose di cui egli non aveva avuto notizia (almeno, non così chiaramente e nettamente) durante gli anni di formazione ecclesiastica nel pur prestigioso Seminario Maggiore di Bressanone. La lista completa sarebbe troppo lunga.
Per esempio, la liceità dell’obiezione di coscienza:
E ancora: che le religioni istituzionali, confessionali, dividono gli esseri umani e li aizzano gli uni contro gli altri, laddove
Un’altra questione illustrata da Spinoza a don Zambaldi riguarda la nozione di “rivelazione” e la figura dei “profeti”:
Dal momento che l’ebreo Spinoza ha lottato tutta la vita contro “l’antropomorfizzazione di Dio”, non ha mai ritenuto Gesù un «Dio che addirittura assume la carne di un uomo». Tuttavia non gli è sembrato corretto, neppure, appiattirlo sullo stesso livello dei profeti vetero-testamentari:
È evidente che in una concezione così essenzializzata, quasi severa, del rapporto fra l’unica “Sostanza” infinita (Deus sive Natura) e gli innumerevoli “modi” finiti (tra cui gli esseri umani) in cui tale Sostanza si dispiega, quasi fosse un Prisma dalle infinite facce, non c’è posto per «riti, culti, segni» né, ancor meno, per i “miracoli”:
Don Paolo, credente e addirittura ministro ordinato della Chiesa cattolica, a questo punto della conversazione con Baruch, non senza vincere «l’irresistibile tentazione di tacere», solleva una questione davvero centrale: questo Dio-Natura ci ama come, da un capo all’altro della Bibbia, viene ribadito? La risposta dell’interlocutore – che, secondo gli stupendi versi di Borges riportati in esergo al volume, ha forgiato «Dio con geometria raffinata» – è rigorosamente in linea con Aristotele e gli altri Greci per i quali l’amore verso qualcuno di altro da sé
Don Paolo non nasconde «un vuoto, una delusione…una strana malinconia» all’idea che Dio non sarebbe più il Dio padre/madre/sposo/amante della tradizione biblica. Spinoza non ignora che le sue conclusioni logiche siano spiazzanti e dunque precisa che:
A questo genere di amore divino, disincantato, l’essere umano non può che rispondere altrettanto disincantatamente:
Per Borges questa interpretazione dell’amore umano per Dio (e, in Dio, per tutti gli esseri in cui egli si squaderna negli universi noti e ignoti) non è una deminutio rispetto alla concezione corrente, ma un’espansione e una maturazione. All’ «ebreo/di tristi occhi e di pelle olivastra» fu elargito «il più generoso amore»: «l’amore che non chiede di essere amato».
Qualcuno potrebbe sospettare che questo genere di riflessioni teoretiche, metafisiche, siano oziose, senza incidenza nella pratica quotidiana della gente né nelle opzioni politiche degli Stati. Sarebbe, però, una supposizione infondata. Infatti il monismo ontologico spinoziano – secondo cui l’essere umano, come per altro ogni altro essere, non è una sostanza individuale autonoma ma un “modo” finito di concretizzarsi/manifestarsi dell’unica Sostanza assoluta – detronizza l’umanità dal ruolo, che nei millenni si era illusa di occupare, di signora e regina del cosmo. Tuttavia è proprio scardinando tale antropocentrismo che l’umanità può sperare in un futuro meno disastroso. Dal Rinascimento in poi l’uomo, emancipatosi da ogni limite eteronomo di origine teologica, si era attribuito
Non tutte le implicazioni antropologiche ed etiche del sistema onto-teologico spinoziano suonano altrettanto incoraggianti. L’olandese, infatti, da una parte ha sostenuto che «Dio non è libero e dunque non può in nessun modo porsi delle finalità. E aggiungo nemmeno l’uomo è libero!»; ma, dall’altra (rinunziando, per citare un’ultima volta Borges, alla «fama, che è riflesso/ di altri sogni nel sogno dello specchio» e all’ «amore pudico delle vergini»), ha dedicato tutte le sue energie all’impresa di liberare i simili da ignoranza e scelte disastrose. Come conciliare la sua tesi teorica con la sua azione storica? Se noi esseri umani non siamo capaci di «scelte o atti di volontà», in quanto inseriti in «una catena di eventi che determinano necessariamente» la nostra prassi, a che scopo offrirci insegnamenti e consigli? Non ci comporteremo, comunque, come siamo programmati, deterministicamente, a comportarci?
Sulla questione, sembrerebbe che don Paolo si accontenti della tesi del fisico Carlo Rovelli:
Insomma: non è vero che sono libero, ma ci credo. La vita (individuale e ancor più sociale) sarebbe molto più complicata se non vivessimo come se fossimo liberi.
Più che evocare altre tematiche, preferisco chiudere con due osservazioni di fondo. La prima concerne l’aspetto stilistico del volume: poiché in esso è adottato il registro linguistico tipico della conversazione, i testi originali di Spinoza risultano alleggeriti dalla frequente aridità sentimentale che è il prezzo – forse evitabile – del suo approccio “geometrico”.
La seconda osservazione riguarda i contenuti. Sin dalla prefazione di p. Paolo Gamberini S.J., nel libro si ribadisce in più passaggi che il dialogo con Spinoza è stato suggerito dall’attenzione dell’autore per il dibattito attuale (in vari continenti, soprattutto nelle due Americhe) sul “post-teismo”: una corrente teologica di cui don Zambaldi condivide, pur senza dogmatismi, istanze e risposte. Anche a proposito di questo suo volume, dunque, andrebbero riprese alcune perplessità e alcune precisazioni sul “post-teismo” che ho avuto modo di avanzare altre volte [1]. In queste pagine di don Paolo trovo un elemento di novità metodologica che potrebbe indicare un sentiero di ricerca a tutta la variegata, effervescente, arcobalenica e (per fortuna) crescente costellazione del “post-teismo”: man mano che ci si avventura nell’esplorazione dell’inedito, scavare per rintracciare le radici. Quando ci si muove nell’ambito del “post” è inevitabile dare l’impressione di essere sbarcati su un’isola sconosciuta e di dover inventarsi tutto daccapo come naufraghi appena scampati a un naufragio, come se il “post-teismo” non avesse il pregio e il limite di essere, inevitabilmente, anche un “pre-teismo” (talora addirittura arcaico). Zampaldi lo raccomanda esplicitamente –
ma, soprattutto, ne dà una convincente, appassionata, testimonianza. Si potrebbe scoprire che certe tesi “post-teiste” sono state discusse, e criticate, dalle origini del pensiero umano (non solo occidentale) a oggi. E che dunque possono certamente venir riproposte, ma a patto che si dimostri di conoscerne le versioni originali e di saperne confutare le confutazioni. Non so se veramente ci siano stati pensatori catalogabili come “teisti” nell’accezione, talora un po’ caricaturale, che i “post-teisti” danno a questo termine. Ma se ci fossero stati (e Tommaso d’Aquino o Leibniz, Kant o Kierkegaard, Bultmann o Rahner, Küng o Drewermann rientrassero tra questi) a noi simpatizzanti del “post-teismo” spetterebbe un compito immane: in qualche modo poterli raggiungere prima di ritenere d’averli superati.
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