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La poesia salverà il mondo solo se i poeti del mondo salveranno la poesia

Raffaello, Allegoria della Poesia, Stanza delle Segnature, Vaticano

Raffaello, Allegoria della Poesia, Stanza delle Segnature, Vaticano

di Fabio Sebastiani 

Questi anni di fluttuazione rappresentano un periodo molto particolare per la poesia. Certo, occorre uno sguardo “alto” e “lungimirante” per capirlo. Soprattutto uno sguardo che sappia “leggere” quel che accade al di là e oltre alcuni fenomeni immediatamente visibili, e che ci parlano di una poesia incastrata nel dilettantismo o, peggio, nei “corsi di scrittura creativa”.

In sintesi, in una fase storica di grande disorientamento il “discorso poetico” attrae sempre di più, e sempre più facendo appello ad una spontanea e insopprimibile necessità di dare ordine al mondo. Il “caos sotto il cielo”, per dirla con le parole di Mao Tse-tung allarga i suoi confini, ma l’umanità si trova in uno stato di grande inadeguatezza a rispondere. Da una parte, sembra proprio che la “finzione” della politica abbia smarrito la sua attrattiva; dall’altro, le culture, e gli strumenti culturali, dei vari raggruppamenti umani, per le rispettive parti valoriali, sembrano perdere peso a vista d’occhio; non si salvano nemmeno le religioni che sono costrette a tradire il loro mandato trasformandosi in vere e proprie “macchine da guerra”.

Nell’epoca delle “passioni tristi”, la poesia può rappresentare la ricerca di quella “parola nuova” che, pur poggiando sul solo slancio individuale, potrebbe cambiare le sensibilità e i punti di vista che regolano l’approccio a determinati problemi misurandosi con il grande tema dell’universale ma anche con la ricerca di nuovi territori di senso. Il linguaggio rimane, proprio se inquadrato dal punto di vista poetico, una risorsa inesauribile. È una corsa contro il tempo, però. Perché nel frattempo, nel farsi tempo dello scorrere degli eventi e dell’avanzare incalzante della tecnologia, il linguaggio arretra vistosamente. Non è tanto l’uso a sciuparlo. È proprio la materialità nel suo manifestarsi ex abrupto, senza se e senza ma. Le parole che abbiamo a disposizione non solo perdono di peso all’interno delle rispettive culture ma perdono di peso e basta. Le parole sembrano nell’hinc et nunc della comunicazione e quindi dell’accadere delle cose umane diventare improvvisamente ombre di se stesse, ferraglia sull’orlo del disfacimento. Si tratta di scenari ampiamente previsti e ben documentati da Guy Debord. Quello che Debord non aveva ben chiarito è proprio il fatto – non saprei definirlo altrimenti – che il “gioco linguistico” si rinnova al di là e contro la sua stessa possibilità di esserCi, date proprio le condizioni materiali. Si tratta quindi di favorire questa potenzialità di rinnovamento, non ignorarla. 

In questo contributo cercherò di argomentare come in un quadro del genere, che a ben vedere non è una novità nella storia umana – pensiamo a quello che accadde nel medioevo in cui il latino perse via via di peso e con esso qualsiasi possibilità di individuare universali di senso – il nuovo consiste proprio nelle condizioni reali, alcune del tutto sfavorevoli e altre di grande e inedito valore, che pure ci sono ma che non sappiamo individuare con chiarezza. Si tratta di metterle a frutto e sforzarsi di renderle “universali”, in un’epoca in cui l’universale muore un attimo dopo essersi percepito come singolarità. Chi può davvero fare questo se non il poeta? Contro tutto e contro tutti, resta da dire. Per lo meno nel nostro Bel Paese la poesia non ha alcuna cittadinanza. Eppure qualcosa si sta muovendo.

Mosaico della Musa Euterpe, sala Rameau, Lione

Mosaico della Musa Euterpe, sala Rameau, Lione

Non abbiamo numeri importanti per supportare la nostra tesi. Anzi, se qualcuno volesse divertirsi ad appurare quanta poesia si vende in Italia rimarrebbe addirittura sorpreso nel constatare che è meno di quanto poteva immaginare. Nonostante tutto c’è un gran fermento intorno e dentro la base larga dei poeti, o aspiranti tali. Nascono nuove case editrici, nuove riviste, facilitate anche dalla pubblicazione on line, nuovi corsi, e tantissimi readings. Senza contare la grande attività sui social, che non si limita alla diffusione dei testi scritti. A Roma si è addirittura tenuto un festival di poesia che ha prodotto ben cinquanta appuntamenti. Un grosso sforzo reso possibile dalla partecipazione corale delle numerose realtà territoriali che di fatto rappresentano il corpo reale della poesia in questo momento. La poesia, del tutto inaspettatamente, ha riconquistato per una breve stagione i cosiddetti luoghi pubblici. Un fatto straordinario se lo si inquadra dal punto di vista della fruizione. Poi tornerò su questo concetto di “corpo reale”. Prima vale la pena di fare alcune considerazione su quello che la poesia sta attraversando, come una sorta di distopia. Un fenomeno tutto italiano, c’è da dire, perché negli altri Paesi, fortunatamente o meno, la poesia ha ancora un “profilo” che la lega a doppio filo alle pratiche culturali popolari. O meglio, non c’è, come qui da noi, uno iato così evidente tra cultura popolare e cultura “alta”. Anzi, possiamo dire che la poesia svolge, in molti altri Paesi che sulla carta appaiono “meno sviluppati” di noi uno straordinario ruolo di ricucitura. Pensiamo all’America del Sud, oppure alla stessa Europa dell’Est, per non parlare di Cina e del continente Africano.

Il quadro italiano è, per molti versi, angosciante. I poeti affermati pubblicano, un po’ dietro precise indicazioni dell’editore – esattamente come sta accadendo per la prosa, che è a tutti gli effetti una perfetta macchina per la costruzione di senso – un po’ seguendo il “format” che già caratterizza alcuni di loro. È una cosa da annotarsi questa perché diventerà di tendenza. Come diventerà di tendenza qualsiasi altra categoria di poeta che è caratterizzabile e che riesce a fare di questa caratterizzazione un riconoscibile “elemento narrativo”. L’opinione pubblica è come intrappolata dentro un mega “romanzo dei romanzi”: nascita, vita e morte sono ben installati dentro ciò che viene consumato e nell’insieme semantico che la sovrasta. In questo, anche la poesia come genere letterario e come forma, insomma, dal modo in cui l’editore inquadra l’autore, diventa un semplice accessorio, una targhetta ben visibile su ogni atto creativo in cui c’è scritto “… e poi scrive anche poesie”.

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia

C’è da dire che i social stanno aiutando questo processo, che è effimero, ovviamente. Ma è certamente qualcosa. Funziona pienamente, però, solo in Paesi tipo gli Usa dove i social sono nati e hanno un ruolo definito, riconosciuto e articolato; basta vedere, per esempio, cosa è accaduto con il fenomeno degli Instapoets.

Farà bene o male alla poesia? Innanzitutto fa molto bene agli editori che nel pubblicare i versi non devono fare nemmeno lo sforzo di leggerli, e quindi qualificarli. Noi crediamo che può fare “qualcosa di buono” ma a condizione che la poesia e la letteratura smettano di essere il pretesto di qualcosa d’altro, l’oggetto di un testo non scritto. Questo vuol dire semplicemente che per il livello basso in cui si trova il Bel Paese finché la poesia circola anche sotto mentite spoglie va più che bene ma dobbiamo prevedere un momento in cui potrebbe rompere gli argini.

Tra i numeri che destano più di qualche interrogativo c’è il “milione e passa” di autori del tutto sconosciuti che in qualche modo riescono a tirar fuori “il poetare” da salotti e circoli. Sui social ci stanno ma solo perché non si può non “farsi vedere”, ma non mostrano il piglio giusto nel tentativo di crearsi pletore “milionanti” di followers. E né il poeta, per quando lapidario e folgorante, sembra funzionare on line qui da noi come in altri Paesi. E allora ecco un sottobosco di editoria che armata di tutto punto assale, è questo il termine giusto per quanto si stenta a crederlo, il povero ed inerme poeta. Gli editori ne inventano di ogni per non trasmettere l’idea di essere “editori a pagamento”. Si sentono in giro formule commerciali che farebbero impallidire Henry Ford: “ti compri intanto duecento copie poi quando ne avrai vendute cinquecento ti restituiremo i soldi”. Parliamo di volumi e volumetti che raramente superano le 90-100 pagine. Ogni “pezzo” viene venduto tra i 12 e i 15 euro agli stessi autori, parenti compresi. Costo effettivo per l’editore, non più di 3.50-4.50. L’editore non fa nulla per diffondere il libro, anzi. Non sostiene altra spesa che quella della produzione nuda e cruda. A volte nemmeno quella perché ad anticipare le risorse è lo stesso autore. A malapena e solo dietro precise insistenze se lo carica sulle spalle portandolo in giro per fiere ed eventi. Non tiene mezza copia in magazzino, ovviamente. E quindi le famose duecento copie vengono vendute all’autore a peso d’oro.

In questo percorso che potremmo definire di “truffa”, non fosse altro perché il poeta in fondo non rimane danneggiato dal comportamento dell’editore, e comunque non lo dà a vedere, è egli stesso ad assumere, anche qui inconsapevolmente, una funzione di correità. È la cultura che rimane danneggiata.

Rene Magritte, La primavera

Rene Magritte, La primavera

Questa digressione ha un suo peso perché ci mostra uno dei tanti meandri in cui la cultura, e quindi il suo modo di produzione, si va articolando. Questo non vuol dire che tutto va buttato al secchio, anzi. Non ce lo possiamo permettere. Ma quello che dobbiamo chiederci è innanzitutto come la poesia, ma soprattutto i poeti, può provare a cambiare questo scenario. Dobbiamo chiederci se la poesia può tornare ad essere un corpo e non una chance consumistica dei corpi.

La poesia, quando ben praticata, è in sé un cambiamento. La stessa rima, immagine della stabilità, è in realtà un grande strumento di percezione del cambiamento proprio perché descrive la varianza tenendo come sfondo l’invarianza. Non si sentirebbe nessun bisogno di poesia se non ci fosse alla base un istinto alla trasformazione: di se stessi, della realtà, del disagio, dell’altro. La poesia è un cambiamento in sé perché non parte da un codice di verità, che in quanto tale non potrebbe che condurre solo a un cambiamento interstiziale, ma pur muovendo da esso lo cambia in modo così radicale che sostituendo alla verità la bellezza si afferma come nuova totalità. Nessuno sa ben spiegare perché questo avvenga. E che avvenga con questa forza. Il punto, credo, sia lo status di autenticità che la poesia sa risvegliare andando ad attingere in quei percorsi rizomatici dell’animo umano che altrimenti rimarrebbero insondati e insondabili.

In un momento come questo di grande caos il fatto che la condizione umana stratifichi ambiti di omertà e sospensioni di giudizio creando come delle “camere d’aria” alla sintesi della soggettività – e quindi alla nobile e necessaria ricerca della collocazione dell’individuo nel mondo e nella società – non è propriamente una bella notizia. E questo già mi sembra un ottimo motivo, in assenza di altri strumenti credibili, per dare credito alla poesia. Pensiamo per esempio, al ruolo che “il corpo della poesia” potrebbe svolgere nell’educazione sentimentale, tanto per citare uno dei tanti momenti in cui stiamo vistosamente perdendo terreno, soprattutto verso le giovani generazioni ormai avviate ad una sorta di lallazione dei sentimenti che porterà inevitabilmente all’afasia, alla castrazione e quindi alla violenza di genere.

Ma la cosa straordinaria è che l’autenticità della poesia si lega potenzialmente alla costruzione di senso, proprio perché non potrebbe essere in altro modo. Nel decifrare la poesia non esiste alcun vocabolario prescrittivo. Il riscontro di ogni sfumatura semantica è nell’accadere dell’atto comunicativo/percettivo della poesia. È proprio nel far scattare il “senso” presso la persona che la poesia ha il suo punto di forza. Attenzione, questo atto non fallisce mai. Una poesia ben scritta è una poesia che si capisce senza che il significato di gran parte delle singole parole rimanga asserragliato nell’ordinario. Certo, non è l’universale ma gli somiglia molto. È proprio perché la poesia si propone con una “sua” voce evocativa, voce che non abbiamo mai ascoltato, né nemmeno lontanamente pensato di ascoltare e a cui poter dar credito, che mette il “lettore” nelle condizioni della scelta: seguirla nel tratto di strada che indica “verso” di me, oppure non seguirla ma avendo ben presente il senso della perdita, l’allontanamento dall’accadere.

Gustave Klimt, Il bacio

Gustave Klimt, Il bacio

Un altro ambito in cui qualcosa di inedito potrebbe aver luogo è quello dei flussi migratori. Nel mondo c’è una nazione in movimento. Una nazione che non vanta confini e che è composta da almeno 100 milioni di persone. Intraprendere un viaggio migrante non è intraprendere un viaggio qualsiasi. Imprimendo un moto straordinario al proprio corpo, senza alcuna aspettativa di piacere immediato, in realtà si attraversa il mondo trasversalmente e non solo unendo due punti in linea retta o spezzata. Cento milioni di migrazioni individuali significano cento milioni di “baricentri” che pesano quanto l’impronta ecologica dell’uomo nell’universo e nessuno o niente prova a ridisegnare il profilo delle energie che reggono il mondo. Ecco perché le nazioni sono uno strumento inadeguato a “processare” un cambiamento di queste dimensioni. E nessuno che si ritenga pervicacemente interno alla logica delle nazioni è in grado di capire la grandezza di questa fase del tutto inedita nella storia dell’uomo con numeri come questi. I popoli di quasi tutte le lingue si incontrano individualmente e provano a scambiarsi emozioni, sensazioni, conoscenze, racconti ed esperienze, dolore, retaggi. Lo fanno senza avere a disposizione un traduttore. Lo fanno con ciò che hanno di più pratico e istintivo, la volontà di capirsi: perché il contatto fisico, dopo una preliminare osservazione, è il pretesto per un incontro, perché l’incontro è il pretesto per uno scambio, perché lo scambio è – ma questo ce lo insegna l’economia – la nascita di un valore. Lo fanno attingendo uno alle parole dell’altro.

C’entra la poesia in tutto questo? Sì, innanzitutto, perché questo è un cambiamento in piena regola. Ed è un cambiamento che si trasmette dal sociale al linguaggio e da questo, e dalle lingue, torna al sociale, arricchendolo. E solo la poesia lo potrebbe interpretare meglio di tutti gli altri strumenti. È il cambiamento che ha bisogno di metafore inedite e sorprendenti. È il cambiamento il primo nemico del logos. Solo la poesia sa fare appello ai nostri strati interni mobilitando i quali – oltre ogni confine visibile e invisibile – è possibile avvicinarsi anche soltanto per osservare ciò che sta accadendo. Dall’altro lato come ci dimostrano le tante esperienze di poeti migranti, è l’unico strumento che permette al migrante di esprimere il suo dramma, di rendere partecipe la comunità, di simili e non, date le condizioni, di quello che sta vivendo. La condizione migrante è oggi una condizione di grande sofferenza e la poesia è un momento vocazionale di rispecchiamento. È la potenza del canto, da Ulisse ai giorni nostri. È la potenza di un appello all’umanità che di fronte ad una distruzione manifesta delle parole ordinarie va istintivamente alla ricerca di un nuovo approdo comunicativo, una nuova costruzione di senso.

Infine, ci sono due o tre altre considerazioni che ci spingono a guardare con fiducia alla pratica della poesia su questo tema. Primo, solo i migranti attraverso il racconto della loro esperienza potrebbero parlarci del mondo che verrà. E questo perché i migranti sono rimasti i soli uomini e donne che mettono ancora in gioco il loro corpo nel misurarsi con la vita. Nella prospettiva tutta occidentale e digitalista in cui obiettivamente il corpo ci servirà a ben poco è proprio da loro che potremmo trarre quegli spunti e fotogrammi utili se non a una resipiscenza almeno ad una “comunicazione efficace”, ad una riflessione approfondita sulla pericolosa linea che stiamo incoscientemente attraversando. Secondo, i patrimoni linguistici mischiandosi con questa velocità e queste dimensioni forse potrebbero davvero aprirci un varco semantico verso territori sconosciuti. Parliamo pur sempre di rappresentazione, certo, ma per quello che vale oggi la costruzione di senso presso una umanità a corto di idee si tratta di una rappresentazione del tutto inedita nella sua storia.

Vincent van Gogh, Mandorli in fiore

Vincent van Gogh, Mandorli in fiore

Più che la poesia, ormai giunta alla stasi dell’ubriacatura sperimentalista, quindi sono i poeti che dovrebbero segnare un cambiamento. Forse, come non hanno mai fatto. Sono tutti un po’ prigionieri di un mito, quello del Novecento, segnato da due guerre mondiali, e dall’orlo della catastrofe nucleare, in cui l’autore-individuo/intellettuale era depositario di un diritto di parola eterno ed eternizzante, diretta emanazione del periodo romantico: il poiein autoriale del singolo di fronte a un fare produttivo che l’epoca moderna ha sempre situato come “di massa”. La perdita di ogni orizzonte umano, l’inconsistenza di qualsiasi mito spazzato via dalla bruciante velocità della guerra e della distruzione nucleare è come se avesse creato, suo malgrado, il posto ideale per un nuovo tipo di eremitaggio creativo. Questo ha funzionato, però, effettivamente fino a quando tra “intellettuale” e “masse” era in atto una dialettica composta e proficua. Poi è arrivata la scissione. Da una parte si è assistito all’esibizione della cultura, dall’altra alla dispersione della cultura popolare proprio attraverso il fatto incontrovertibile della mercificazione e della riproduzione seriale degli oggetti. Oggi che la cultura in quanto tale, in quanto pratica della conoscenza reale del mondo – un mondo sempre più ostile all’individuo e alle masse contemporaneamente nonostante il fatto che circoli più informazione o, se volete de-formazione – sta diventando una necessità impellente, siamo di fronte ad un pericoloso cortocircuito. È un caso forse che le ideologie ricomincino ad alzare pericolosamente la testa? La borghesia, in sostanza, dopo decenni di ideologia del cosiddetto libero pensiero approda, quasi gettando la maschera, ai nuovi lidi del pensiero unico ideologizzante, senza sapere bene nemmeno perché. E questa inettitudine/incoscienza fa la differenza, perché sarà costretta ad imporre la sua pratica “culturale” confermando l’esito cortocircuitale di cui sopra. In questa strategia di così scarso spessore la comunicazione e il controllo dell’informazione, la costruzione del senso stando ben piantati dentro i canali dove il senso prende vita, assumono un valore primario. Ce lo dice la digitalizzazione, e il suo radicale progetto di espropriazione della polisemia delle parole. La macchina, infatti, può lavorare solo con oggetti “uni-semici”, impulsi elettrici che devono tenersi ben lontani dall’ambiguità. 

Non basterà ai poeti essere “contro”. Occorrerà inventare nuove pratiche della poesia. Occorrerà preparare per la poesia nuove configurazioni. Una poesia a “geometria variabile”, quindi: fuori e dentro il sistema, in rete o in assetto autoriale classico. Non vale il poeta, vale la poesia come bandiera. Ecco perché guardare al mondo migrante, ai processi di “educazione sentimentale”, come accennato sopra – ma possiamo pensare anche al ruolo che la poesia potrebbe svolgere in altri ambiti come la conoscenza di sé, l’invecchiamento attivo, la contaminazione con altre arti con forte pronunciamento performativo – diventa un allargamento dei suoi confini e, contemporaneamente, un rafforzamento. Possiamo immaginare una sorta di “alfabetizzazione poetica” del mondo laddove la parola poetica coadiuva questo lento processo di ricostruzione della realtà da parte delle singole comunità alla disperata ricerca di senso e privi delle risorse necessarie per acquistarne uno sul mercato.

La poesia migrante in questo panorama assume un ruolo speciale perché lavora, suo malgrado, avendo a disposizione un “serbatoio semantico” di grandi potenzialità che nasce dall’incrocio e dalla contaminazione tra le culture. Ovvero, lavora portando all’esito più alto quello che di reale e di significativo il mondo sta vivendo in questo momento, l’incontro tra i popoli.

Magritte, La danza

Magritte, La danza

Sta ai poeti “autoctoni”, se così li possiamo definire, darsi da fare per promuovere l’incontro e sviluppare nuovi percorsi affinché la poesia torni a farsi viva e ad esprimere la sua virtù più importante, l’autenticità. Se davvero intendono cambiare dovrebbero cominciare dallo stile di lavoro. Se davvero hanno capito che regolare i conti con il ‘900 e con il mito del poeta romantico è davvero il tema all’ordine del giorno oggi più di ieri allora dovrebbero cominciare ad attingere più che alla loro ispirazione alla loro buona volontà, alla capacità di proiettarsi in un modello nuovo di intellettuale, per quanto valga ancora questo ruolo. Promotore quindi, e consolidatore, di processi sociali e linguistici molecolari. Questi sì che potrebbe essere in grado di far maturare quella aspirazione all’universale che, ovviamente, non può darci nelle forme e nelle caratteristiche della storia passata.

Ci sono stati diversi movimenti e correnti di pensiero che soprattutto sul finire del ‘900 hanno avuto modo di mettere in campo critiche più o meno pronunciate al vecchio modo di intendere la poesia: sicuramente il Realismo terminale, e il Mitomodernismo. Soprattutto il Realismo terminale fondato da Guido Oldani ha sentito il bisogno di affrontare la modernità con una radicalità tale da portare la poesia a un cambio di paradigma fin dentro l’uso delle similitudini, per esempio. Il Mitomodernismo, con Giuseppe Conte, che ne è il fondatore, ci riporta invece al tema della sacralità del mondo. Una nuova sacralità verrebbe da dire che deve, però, essere scoperta nella dimensione data, ovvero quella globale del mondo in quanto tale, e che sappia davvero elevarsi su una materialità costituente e pervasiva arginando il suo processo di distruzione dell’umano. E allora, ecco il valore primario delle “genti del mondo”, dei loro patrimoni culturali, finalmente in simbiosi attiva l’uno con l’altro. E allora, ecco l’irrinunciabile ruolo della poesia, sola arte che sappia “dire”, meglio delle altre arti, il “sacro necessario” perché il suo concepimento è, contemporaneamente, il suo disvelamento. 

Dialoghi Mediterranei, n. 65, gennaio 2024

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Fabio Sebastiani, giornalista e poeta, è laureato in Filosofia nel 1988 con una tesi sulle lingue artificiali. Dal ’95 e fino al 2012 fa parte della redazione di Liberazione occupandosi del settore sindacale. Ha al suo attivo diverse iniziative giornalistiche come la creazione e la conduzione di alcune web radio come Radio Rete Edicole, Radio Iafue, Radio Mir e Radio Anmil Network. Come poeta ha pubblicato un libro di aforismi e una raccolta di poesie dal titolo Molecole semplici per rivoluzioni complesse. Ha curato insieme ad altri due poeti due poemi collettivi, Gabbia no e Amicizia Virale.

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