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Bolognetta: crocevia della storia e spunto di riflessione metodologica

nuova copertinadi Antonino Scarpulla 

Lo studio di Santo Lombino (Un paese al crocevia. Storia di Bolognetta, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo, 2016), sulla comunità di Bolognetta chiamata Santa Maria dell’ Ogliastro sino alla fine dell’Ottocento, presenta una molteplicità di aspetti e temi che adeguatamente approfonditi hanno dato al lavoro, oltre che un valore politico-culturale, anche un rilievo conoscitivo e scientifico di spessore. Il libro racconta le vicende di un piccolo villaggio di contadini dell’entroterra siciliano che con il tempo diventa una comunità.

Bolognetta è un paese di poco più di 4mila abitanti, a metà strada tra Palermo e Corleone, a ridosso del bosco di Ficuzza. Il territorio è solcato dal fiume Eleutero, lungo il quale sono sorte importanti emergenze architettoniche e artistiche – i mulini di Risalaimi e gli affreschi di Tommaso de Vigilia – ed è attraversato dalla scorrimento veloce Palermo-Agrigento, importante via di comunicazione che ha cambiato la storia del centro abitato dando concrete opportunità di sviluppo ad attività imprenditoriali medio-piccole a ridosso dell’asse viario. Prova ne è che a differenza della maggior parte dei comuni dell’entroterra, Bolognetta con la vicina Misilmeri, in controtendenza, ha incrementato nell’ultimo trentennio in maniera consistente il numero di abitanti e con esso il benessere complessivo del territorio ponendo le basi per un deciso cambiamento socio-economico e culturale.

L’Autore ne racconta la nascita e lo sviluppo con tutte le dinamiche interne ed esterne proprie di una comunità, cioè non solo narra quanto avviene al suo interno, ma mette in evidenza anche le relazioni tra le vicende interne e quelle esterne e quanto queste ultime abbiano influito sui comportamenti e sulle strutture sociali del paese orientando l’evoluzione locale, e quanto infine le storie dei singoli e le loro scelte abbiano contribuito a formare i fenomeni di carattere generale. Valgano come esempio i fatti accaduti attorno all’Unità d’Italia, la rivolta del Sette e mezzo, l’emigrazione tra fine Ottocento e inizi del Novecento, la mafia locale, la sua genesi e il suo sviluppo, passando per le vicende del fascismo e dell’immediato dopoguerra. Inoltre, non c’è chi non riconosca il ruolo delle microstorie personali come quelle di Orobello e Bordonaro nella storia civile e letteraria locale e nazionale, utili a capire fatti più generali da loro narrati e vissuti in prima persona.

Quella narrata da Santo Lombino, dunque, è una storia locale e generale allo stesso tempo, che fonda il suo punto di forza in una ricerca pluridisciplinare che si avvale per sua stessa ammissione di molteplici fonti storiche, di fondi archivistici, di testimonianze orali per i fatti più recenti e della tradizione popolare per quanto concerne alcuni eventi. Tutto questo lo fa analizzando aspetti peculiari della vita del paese senza generalizzazioni, cosciente che realtà che a prima vista appaiono semplici come le vicende di un piccolo paese di provincia, si rivelano poi, a ben guardare, un organismo di fatti complesso e articolato.

Per capire come in origine si sviluppò il paese, Lombino analizza la politica del fondatore Marco Mancino, che aveva acquistato il feudo dalla famiglia Beccadelli Bologna di Marineo. Mancino concesse a quanti vennero a stabilirsi nella nuova cittadina lochi di case, terreni in enfiteusi, terreni in affitto, soccorsi in denaro e mezzi, usi civici sulle terre comuni, esenzioni fiscali, cancellazione di debiti: espedienti tutti utili a invogliare nuovi coloni a venire ad abitare nel nuovo villaggio. Strategie in linea con il generale fenomeno della colonizzazione del latifondo siciliano nel Seicento. L’analisi dei conti civici della seconda metà del Settecento, oltre a mettere in luce la povertà di un piccolo comune, pone in evidenza quali fossero le spese che gli amministratori di Bolognetta dovevano sostenere per erogare alcuni servizi, tra i quali la spesa per il culto era una delle più importanti, insieme alle spese militari.

Da quelle scarne cifre emerge come venisse affrontato, per esempio, il problema dei minori abbandonati o “bambini proietti”, per i quali venne istituita una ruota; e si rileva quanto diffuso fosse il fenomeno delle relazioni illecite dalle quali nascevano tanti “figli dello Spirito Santo”.

 Bolognetta - Palazzo Monachelli (@Archivio Millestorie)

Bolognetta, Palazzo Monachelli (@Archivio Millestorie)

Per meglio comprendere le dinamiche del potere e dell’ascesa delle élite locali nella scala sociale dell’ Ottocento, si avvale dello studio delle liste degli Eleggibili redatte a partire dal 1817, cercando al loro interno la composizione dei legami di parentela, la posizione sociale, i legami economici, il mestiere e l’ètà degli eleggibili. Tali dinamiche trasformeranno le famiglie e i gruppi familiari in “partiti-famiglie”, che dominarono la scena politica bolognettese nell’ultimo secolo e mezzo. Vengono individuati i gruppi sociali interessati alla mobilità ascendente e quali nel tempo andavano perdendo prestigio e terreno; sfilano così i nomi delle famiglie Benanti, Giuffrida. Malleo, Monachelli, Bifarelli, Mosca Orobello, Di Peri, protagoniste di centocinquant’anni di storia bolognettese. In tutte le categorie sociali allora rappresentate, l’elemento determinante per l’ascesa sociale era come sempre una accorta politica matrimoniale che, creando o rafforzando alleanze di gruppi familiari, poteva accrescere il peso all’interno della comunità, favorendola non solo in termini di prestigio, ma anche di rappresentanza.

Bolognetta si è poi inserita nel corso degli eventi dell’Unità d’Italia con l’apporto di squadre di volontari a sostegno di Garibaldi nella presa di Palermo e votando successivamente all’unanimità, e piena di speranza per un avvenire migliore, l’annessione all’Italia. Ma ben presto la disillusione porterà alla violenta rivolta del Sette e mezzo, dove Bolognetta, insieme a Misilmeri, fu teatro di efferati eccidi ai danni dei carabinieri. La politica postunitaria del governo della Destra aveva esasperato la popolazione, che si vide gravata di nuovi balzelli e obblighi, fu privata dell’ opportunità di usare le terre comuni e degli usi civici in genere.

Bolognetta - Masseria Tumminia (@Archivio Millestorie)

Bolognetta, Masseria Tumminia (@Archivio Millestorie)

Lombino evidenzia come, in questo clima, si consolidarono per altro verso potentati locali in lotta tra loro, i cui scopi principali erano la gestione del potere e di risorse comunali come appalti e pubblici impieghi. Si tratta di una storia dalle connotazioni comuni ai paesi del nostro territorio dove, dopo l’Unità e l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia, nasce e si sviluppa il paradigma mafioso. La lotta politica è lotta di partiti-famiglie, spesso di famiglie mafiose che al loro interno adoperavano la violenza per intimidire e consolidare affari e alleanze. In una economia povera e arretrata il controllo, anche di piccole prebende pubbliche, diventava un affare vantaggioso. La pubblica amministrazione era il luogo di incontro e di coltura degli appetiti dei partiti e della mafia; emblematica in questo senso era la gestione delle terre comuni e delle usurpazioni, dove il trasformismo e camaleontismo delle forze in  campo li rendeva conniventi. Il clima infuocato dell’Ottocento fa dire a un pubblico funzionario: «É dunque generato dai vari partiti che si contendono accanitamente il governo della cosa comunale, non rifuggendo dai più biasimevoli maneggi e dalle arti più basse e malvagie per raggiungere l’intento».

È in questo clima che maturano alcuni delitti eccellenti come quello del sindaco Verdura, dell’arciprete Ferreri, di Lo Brutto, tutti commessi nell’ambito di feroci lotte di potere in un sistema di relazioni ancora largamente feudale. In Sicilia il feudalesimo ebbe termine ufficialmente nel 1812 per legge; di fatto, esso durò ben oltre, in relazione ai rapporti economici e sociali di tipo feudale che dominavano le classi subalterne. Una prima spallata a questo sistema la diede l’emigrazione di fine Ottocento, quando i contadini impoveriti dalla crisi e dalla politica economica del governo persero la battaglia per avere rapporti economici e contrattuali più vantaggiosi in occasione del movimento dei Fasci. Dopo il 1894 i contadini del Sud a fiumi lasciarono la terra e i paesi per emigrare. E l’emigrazione bolognettese è emblematica nei modi e nelle direttrici, nell’organizzazione degli emigrati all’estero soprattutto negli Stati Uniti.

A questo esodo biblico aggiungiamo che ai primi del Novecento circa un milione di italiani all’anno lasciava la propria terra. Santo Lombino dedica pagine ben documentate e frutto di una pluridecennale passione per la ricerca sul fenomeno migratorio.Un altro esempio di come i processi generali ebbero ricadute locali è quello relativo al rapporto tra fascismo, mafia e politica locale. L’organizzazione del disagio locale alla fine della prima guerra mondiale vide in primo piano un rampollo della borghesia locale, Carmelino Lo Brutto, a capo del movimento di rivendicazione della terra per i contadini. La mafia locale, gabelloti e impresari agricoli, che vedevano nel movimento posto sotto la bandiera dell’associazione degli ex combattenti un pericolo per i propri interessi nella gestione degli affitti e dei terraggi e delle rendite di posizione parassitaria dei feudi, uccise Lo Brutto. Era sindaco allora il fratello di Serafino di Peri, riconosciuto capomafia di Bolognetta, il quale raccoglieva anche le simpatie dell’arciprete Sucato, oltre che l’appoggio di larghi strati della borghesia agraria. Dopo l’omicidio, la famiglia Di Peri venne estromessa dal potere comunale e condannata per il delitto, e i nuovi amministratori aderirono al partito fascista per calcolo o per convinzione.

La repressione del prefetto Mori del 1925-27 sopì il potere dei mafiosi non debellandolo del tutto nonostante i proclami trionfalistici di regime. L’autore annota che la mafia andò in quiescenza, ligia alla massima “calati juncu nca passa la china”. I mafiosi infatti, subito dopo la caduta del fascismo all’indomani dell’armistizio del 1943, ripresero il controllo del comune accreditandosi come i perseguitati dal fascismo. Interessante è la narrazione del cambio della guardia al Comune, quando il riottoso podestà venne preso di peso con la sua sedia al municipio e buttato fuori. É questo un pezzo di storia importante per capire le vicende sociali, politiche e amministrative del comune di Bolognetta e di tanti centri del palermitano, in parte ancora da scrivere.

 Famiglia Costa al porto di Palermo, 1957 (@Archivio Millestorie)

Famiglia Costa al porto di Palermo, 1957 (@Archivio Millestorie)

Quanto poco avesse inciso il fascismo sulla cultura e sullo spirito della popolazione è inoltre testimoniato dal numero dei voti presi a livello locale dal partito per il quale votava il clan Di Peri, quello separatista, che ottenne1162 su 1396 votanti, se mai ci fosse stato dubbio su chi realmente comandasse in paese. In questo clima di restaurazione dei vecchi poteri politico- mafiosi, racconta l’Autore, a poco sono valse le richieste di terra e lavoro da parte dei contadini. Ogni protesta finì in un nulla di fatto. I decreti Gullo sulla riforma agraria diedero a pochi bolognettesi dei piccoli lotti di terreno. Un intero equilibrio stava per vedere la sua fine: la terra non garantiva più pane e decoro. Fu così che in silenzio i contadini diedero l’ultima spallata a un mondo ormai in dissoluzione, caratterizzato da rapporti sociali ed economici non più oltre tollerabili. Molti dovettero emigrare. Altri resistettero, trattenuti dalle opportunità che il nuovo corso dell’Italia guidata dalla Democrazia Cristiana impresse al Paese, ampliando le possibilità di lavoro nel terziario e nel settore pubblico o fruendo delle generose elargizioni gestite in maniera clientelare da un sistema collaudato in pochi anni di potere, con i cantieri di lavoro e le pensioni.

Siamo alla fine degli anni Cinquanta: il piccolo centro, come tanti altri, è a un bivio: Bolognetta seguirà altre direttrici che porteranno a un nuovo sviluppo dell’abitato e della popolazione, in controtendenza con il fenomeno dello spopolamento dei paesi dell’entroterra. Nuove dinamiche si innescano, sia aggregative che disgregative, nel microcosmo bolognettese, fenomeno ancora da chiarire e di cui tenere conto per una corretta interpretazione del presente. Si rivela dunque importante studiare la storia locale, se ben documentata, per il valore politico che assume nel processo di riappropriazione delle proprie radici e nella formazione di una consapevole identità culturale.

«La memoria– scrive Italo Calvino – conta veramente solo se tiene insieme l’impronta del presente e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quello che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza smettere di diventare».

Dialoghi Mediterranei, n.23, gennaio 2017
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Antonino Scarpulla, laureato in Storia e filosofia e in Pedagogia presso l’Università di Palermo, attualmente pensionato, ha lavorato come dirigente dei servizi socio-culturali del Comune di Marineo. Ha pubblicato saggi e libri sulla storia di Marineo e del suo territorio. Ha collaborato con diverse riviste, pubblicando articoli su Sicilia Archeologica, Archeologia. Rivista dei gruppi archeologici romani, Nuova Busambra, La Rocca, L’Ora.

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