di Sabina Bernacchini
Ho iniziato a fotografare i fiori nel periodo della pandemia, un tempo dove il grande legame con la natura e la ricerca della bellezza nelle piccole cose sono tornati prepotenti dentro di me.
Ho sempre amato i fiori, la loro bellezza è sconvolgente a volte. Con le loro infinite forme e colori variopinti sono compagni di vita. I loro colori e il loro profumo ci danno il piacere di esistere.
Ispirata da un grande fotografo che ammiro molto, Juan Carlos Borja Castro, ho iniziato a fotografare i fiori con un linguaggio particolare, illuminandoli con la luce naturale, come fossero delle persone in relazione affettiva.
È il bisogno di affermare che sono le relazioni a salvarci, il desiderio di condividere le nostre vite, di portare l’uno nella vita dell’altro con gioia, con amore.
Mio nipote Dario mi chiama la “florografa” e mi piace molto questo nome, forse sarebbe più esatto “fotoflorografa” ma suona meglio “florografa”.
Anche lo scultore e insegnante tedesco Karl Blossfeldt, che io ho ammirato fin dai tempi della mia tesi di laurea, ha influito molto sulle mie composizioni.
La precisione dell’artista, l’esaltazione delle forme delle foglie attraverso una particolare composizione e un uso sapiente della luce mi hanno spesso guidato, ispirato, incoraggiato nel mio ricercare associazioni, corrispondenze, armonie.
Nelle mie fotografie sono i fiori a vivere le relazioni ma questi fiori siamo anche noi. Il genere umano nella sua infinita varietà e universalità è vicino a un qualche fiore che gli assomiglia.
I fiori sono metafore, incarnano simboli, interpretano caratteri e sensibilità umane, corpi vegetali che sembrano comunicare, dialogare, interrogarci, tendere le braccia.
Ci guardano con simpatia, con indulgenza, con complicità. Come testimoni, creature fraterne. Sono origami di petali e di foglie. Haiku di composizioni figurative.
Fotografare i fiori è un modo di aderire alla loro bellezza, al prodigioso spettacolo della natura, della vita, del nostro rapporto con la terra. Un modo per non farli appassire.
Stampo alcuni soggetti con la tecnica della cianotipia, nella quale la grande sensibilità di due sali di ferro, opportunamente diluiti, sensibilizzano la carta da acquerelli che esposta ai raggi UV prenderà il colore tipico blu cobalto.
Dialoghi Mediterranei, n. 63, settembre 2023
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Sabina Bernacchini, vive e lavora a Firenze. Dal 1996 lavora al Museo Galileo come fotografa e responsabile del laboratorio fotografico. All’età di 20 anni iniziò a subire il fascino della fotografia, quella analogica, fatta di pellicole, bagni di sviluppo e fissaggio. Laureata in Scienze Naturali con una tesi su Giorgio Roster e la fotografia botanica, si dedica anche alla fotografia di soggetti naturali, soprattutto fiori, fotografati spesso come fossero delle persone in relazione affettiva. Ha pubblicato: La fotografia e le scienze botaniche. Il Fondo Roster del Museo di Storia Naturale di Firenze, in “AFT” n. 46, dicembre 2007:18-42; L’introduzione del dagherrotipo all’Imperiale e Regio Museo di Fisica e Storia Naturale di Firenze, in “AFT” n. 47, giugno 2008: 49-54; Giorgio Roster tra fotografia e botanica, in “Giorgio Roster, scienziato e fotografo tra Ottocento e Novecento, 2018, Sillabe s.r.l.: 172-187. Ha esposto in numerose mostre personali e collettive.
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