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Dario Fo, giullare dei sudditi

Copertinadi Nino Giaramidaro

Sono le idi di dicembre, santa Lucia, tre trigesimi dalla morte di Dario Fo. Il mio amico Toti Librizzi, ex chef barman al Grand Hotel et des Palmes – dove passava la storia siciliana – mi offre un Martini ben fatto, a casa sua. E spunta Fo, mimetizzato nel libro Johan Padan, Edizioni  Gruppo Abele, 1991. Oramai sconosciuto.

Lo zanni lombardo alla descoverta delle Americhe, fra indios e loro gesta contro i conquistatori di tante bandiere. Un grosso libro dell’Ega, il gruppo fondato nel ‘65 da don Ciotti «per dar voce a chi non ha voce». Testo e illustrazioni del premio Nobel, copia donata a Toti in quell’angolo-bar delle Palme, a margine di un buon bicchiere.

Ottobre. Chissà se la sorpresa l’ha trovata Dario Fo. Non credeva nella resurrezione della carne, ma ad uno degli ultimi intervistatori disse: «Spero di essere sorpreso». Col suo sorriso di bambino monello, coi pomi delle gote arrossati e gli occhi maliziosi, ingenui, tristi e giocosi. Gli auguriamo che trovi fortuna in quelle contrade dalle quali mai nessuno ha fatto ritorno. È partito il giorno 13, numero fortunato e numero felice. Auspico per lui un rimborso alle angherie sopportate in più di cinquant’anni.

Volevano normalizzarlo questo irregolare dell’intelletto, uno fra i pochissimi che nonostante gli ostracismi ha insistito nelle sue idee, nel ristorare il ruolo che l’intellettuale deve avere in qualsiasi società.

Quarto Stato, di Dario Fo

Quarto Stato, di Dario Fo

Esule in patria, scacciato senza colpa; si potrebbe attingere a un largo repertorio di frasi fatte per dire che fu inusitata la persecuzione dedicata a questo artista, poliedrico come quegli atomi che hanno valenze molteplici. Lo cacciarono diverse volte dalla Rai, perché le teste d’uovo – che sempre sanno cosa gli italiani possono vedere, ascoltare e leggere – riempivano i suoi copioni con i ghirigori delle grosse matite blu che la Democrazia Cristiana forniva d’ordinanza. I gestori dei “teatri borghesi” facevano formidabili serrate contro di lui, tramortiti dal terrore perché sfiorati dal satana dello spettacolo.

E Dario Fo e Franca Rame, sua moglie e complice, gettavano quattro tavole nelle Case del popolo, nei circoli Arci, sulle piazze, nelle fabbriche, nei teatrini scogniti, nelle periferie rosse, in locali a mezzadria fra il bar e la sala da ballo.

Questi appunti li ho presi con il televisore acceso: ascolto la voce di donna che ci racconta i funerali; timbro luttuoso, chi c’è, cosa dicono al microfono di Rai uno. E provo un sentimento che mi sospende fra il sorriso e quella soddisfazione che dal sentire si diffonde nel corpo sottoforma di rilassatezza e benessere. Come sanno cambiare pelle gli Ad – ora criptati in Ceo – e tutte le altre sigle escogitate dal potere. Non una grinza di fronte all’ingombrante intelligenza perseguitata per decenni; e forse la cronista e nemmeno i suoi dirigenti hanno memoria chiara dell’accanito ostracismo perpetrato dai loro antenati nei confronti di quel giullare irriverente. Un risarcimento, riconoscimento “a posteriori”, una tarda nemesi, finalmente un tributo, qui nel suo Paese, a un grande intellettuale a lunghissimo negato.

Una illustrazione del libro

Una illustrazione del libro

Una delle ultime esclusioni, quella di Assisi. Il 2014, censura dello spettacolo “Giotto non Giotto” che Fo avrebbe dovuto recitare davanti alla basilica superiore. Il vescovo Domenico Sorrentino si è irritato per il contenuto “culturale” del monologo, nel quale Fo afferma che gli affreschi della basilica con le storie di San Francesco non sono attribuibili a Giotto, negando la tradizione, per il presule equipollente a una verità teologale. Si può trovare invece una traduzione vulgaris: “Birilli di rossa tramite la gialla”, il giocatore di biliardo deve abbattere i birilli con la biglia rossa, sospinta però dalla gialla, colpita dalla stecca.

«Adesso che è morto, tutti a celebrarlo dopo una vita a censurarlo e colpirlo in tutti i modi», dice il figlio Jacopo che non ha avuto timore di definire comunisti il padre, la madre e se stesso. Storcevano il naso gli intellettuali meglio rasati d’Italia, presi dai loro intimismi di narrazioni benestanti, atarassici con una inutile Montblanc al taschino, che guardavano di traverso Pasolini e si disinfettavano le mani se costretti a stringere quella di un senza voce. Invece Dario Fo, col suo grammelot chiarissimo a tutti eccetto a coloro che non lo volevano capire, “lanciava a bomba” la locomotiva di Guccini “contro l’ingiustizia”.

Satira politica, sociale, anticlericale acuminata ma sempre al di qua del basso sarcasmo. Argomenti, battaglie, letteratura a volte epica, intrisa dei sudori e del sangue collettivo dei deboli, con un fondo di malinconica rabbia, incredula di fronte alla pesantezza delle disuguaglianze senza tallone d’Achille.

Forse questa differenza fra la letteratura sorvolante – e non solo italiana – e il coraggio morale di Fo convinse gli accademici svedesi. Molti intellettuali italiani, letterati, scrittori e poeti si sentirono offesi da questo colpo di scudiscio alla loro inutilità. Come quelli che ancora starnazzano contro Bob Dylan.

E sembra un pezzo di Dario Fo il canovaccio steso dall’inimmaginabile cambio di guardia: lui che se ne va e Bob Dylan al quale viene assegnato il Nobel per la Letteratura. Alla televisione ci sono due o tre che rifiutano l’etichetta di soloni ma parlano male del premio a Dylan: improprio, fuori tema, pietra tombale, non c’è carta e penna. Insomma, tutte le maldicenze che imperversarono quando il premio lo diedero al grammelot. E quelli in marsina della Konserthuset (Sala dei concerti) che non riescono a rintracciare Bob. E forse Bob che non vuol farsi trovare. Poi si trova, ma dice che non andrà a prendere il premio.

 Uno dei disegni per Mistero Buffo

Uno dei disegni per Mistero Buffo

E in questa giullarata postuma che per vie misteriche giunge dall’al di là, Dario Fo ci infila un miracolo: Vittorio Sgarbi che scrive: «Dario Fo ha parlato al nostro cuore e alla nostra coscienza, al di là dell’ideologia, in modo così profondo che ne sentiamo la voce e la parola dentro di noi». E su Bob Dylan: «Omero, la cui voce, ripetuta o cantata a memoria, è soltanto in un secondo momento trascritta. Omero non avrebbe meritato il Nobel? Bob Dylan è l’equivalente, ed è anche un unico e impareggiabile interprete. Poeta della parola scritta e cantata».

 “Il dito nell’occhio”,1963. Contrabbandato come spettacolo di rivista, era invece satira sociale e politica, denunce dure contro la guerra, il lavoro nero, lo sfruttamento, la corruzione. Dario Fo inizia il suo rapporto con la censura e colora di fantasia la rivoluzione siderale della satira. Che sfotteva i poveracci per fare ridere coloro i quali se lo potevano permettere.

Lo zanni, il buffone, il giullare del re si va a sedere dalla parte dei sudditi, i suoi spettatori rimangono attoniti, presi dallo stupor come se avessero letto le Lettere Persiane di Montesquieu. E con Shakespeare, Cekov e Brecht si guadagna il divieto di Erdogan ad essere rappresentato nei teatri turchi.

Dipinti, pupazzi, sagome, sculture come un saluto postremo  intorno a Darwin – mostra a Biella, chiusa il giorno 8 scorso –. Immagini visionarie per raccontare l’evoluzione, un libro, «Ma siamo scimmie da parte di padre o di madre», e vendita dei quadri, ricavato alla onlus “Il Nobel per i disabili”, fondata con la moglie Franca Rame e il figlio Jacopo.

Sì, Dario Fo impersona e rappresenta secoli di palcoscenico spinoso. L’ultimo applauso del 16 ottobre, sulla piazza Duomo zeppa di ombrelli coloratissimi, è una complicità perduta, un rimorso, una rivelazione successiva, un dolore collettivo. Un addio in attesa di essere sorpresi.

Dialoghi Mediterranei, n.26, gennaio 2017

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Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie degli anni sessanta in una mostra dal titolo “Alla rinfusa”.

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Una risposta a Dario Fo, giullare dei sudditi

  1. Rosanna bertuglia scrive:

    LE PAROLE DI NINO GIARAMIDARO AVVOLGONO E SORREGGONO LA FIGURA DI DARIO FO, PROPRIO COME L’ABBRACCIO DI UNA MADRE.

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